Illustrazione di Greta Vaccari

L’eterno ritorno

di Emma Malavasi

Il gioco delle parti, ognuno ha la sua.
Ma ricordati, non puoi fidarti di nessuno.

E uno e due e tre

Ripetiamo le cose ma non siamo nemmeno in grado di ascoltare noi stessi.
Captiamo il necessario e rimescoliamo a nostro piacimento. È istinto di sopravvivenza dopotutto, no?
L’istinto primo dell’essere umano, quello che sotterra tutto il resto.

Quanto sarebbe facile buttarsi senza temere di sbattere la testa?
Ma c’è sempre quel qualcosa che ci ferma, quell’impulso che dice “vai” oppure “ma cosa stai facendo?”.

Eppure, a volte, il silenzio è più pericoloso delle parole.

Ascoltiamo il vuoto tra le frasi, dove si nascondono le verità che non osiamo pronunciare.
Il cuore batte a tempo con il ticchettio di un orologio, mentre le maschere si sgretolano, rivelando volti che non riconosciamo più.

È solo una questione di tempo.  

E uno e due e tre… e quattro?

La danza continua, un passo avanti, uno indietro,
tra un urlo soffocato e un sorriso, così forzato da recidere i lembi delle labbra. 


L’istinto di sopravvivenza? Forse è solo un’eco.
Un’eco che rincorre se stessa, senza trovare la voce.

Allora restiamo sospesi, tra il terzo passo e il quarto.
Aspettando che qualcuno, o qualcosa, ci dia una spinta.

Ma il vuoto non è un abisso: è un riflesso.
E se il “vai” fosse solo un’ombra che ci inghiotte?

Di Emma Malavasi

Descrivo specchi che non riflettono.

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