Dopo 15 mesi di conflitto e un accordo fragile, la situazione in Palestina si fa sempre più drammatica.
di Hajar Qacem
Il 19 gennaio la guerra israelo-palestinese ha visto entrare in vigore, per la prima volta dal suo inizio, un accordo per il cessate il fuoco tra la resistenza palestinese e lo stato israeliano, accordo mediato da Qatar, Egitto e Stati Uniti.
Sebbene l’accordo prevedesse un’implementazione in tre fasi, Israele ha mancato di rispettarne i termini, in particolare per quanto riguarda l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. La prima fase del cessate il fuoco è durata 42 giorni ed è terminata all’inizio di questo mese. Tuttavia Israele ha scelto di non proseguire verso la fase successiva, riprendendo con violente incursioni nella Striscia di Gaza. Negli ultimi giorni, le forze di occupazione israeliane hanno intensificato la loro aggressione, uccidendo 424 persone e ferendone oltre 560, numeri in costante aumento secondo le statistiche del Ministero della Salute di Gaza.
Le autorità della Striscia affermano che migliaia di persone sono rimaste intrappolate tra le macerie degli edifici distrutti, impossibili da recuperare a causa della mancanza di attrezzature adeguate.
La guerra dal suo inizio ha causato la morte di circa 50.029 (da aggiornare) persone e il ferimento di oltre 114.000 (da aggiornare). La situazione continua a essere tragica e insostenibile per la popolazione, mentre il mondo osserva in silenzio.
Giovedì 30 gennaio in Israele sono entrate in vigore delle leggi che vietano all’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di fornire assistenza umanitaria ai profughi palestinesi, di operare nel paese. Tale blocco ha aggravato la situazione dei civili palestinesi, costretti a fronteggiare una grave carenza di strumenti medici e di cibo, con conseguenze devastanti in termini di salute pubblica.
Senza contare ciò che sta avvenendo in Cisgiordania, dove Israele ha aperto un nuovo conflitto il cui nome in codice è Muro di Ferro. A pagare, naturalmente, sono ancora una volta i civili.

QUALE SARÀ IL DESTINO DEI NEGOZIATI OSPITATI A DOHA?
Dopo mesi di intensi negoziati, un accordo per il cessate il fuoco era stato finalmente raggiunto a Doha, in Qatar, con il supporto del presidente statunitense Donald Trump, in vista del suo insediamento nel gennaio 2025. Sebbene l’accordo prevedesse miglioramenti per le condizioni dei prigionieri palestinesi, Israele ha rifiutato di liberare i detenuti più anziani.
Il cessate il fuoco si articolava in diverse fasi. La prima fase, della durata di 42 giorni, prevedeva la cessazione delle operazioni militari da entrambe le parti, la sospensione delle attività aeree (Israele si impegnava a fermare le operazioni aeree militari per 10 ore al giorno, 12 ore se venivano rilasciati detenuti), il rilascio di prigionieri (Israele avrebbe dovuto rilasciare circa 2.000 prigionieri, inclusi 250 ergastolani, bambini, donne e anziani, in cambio dei prigionieri israeliani di Hamas), il ritorno degli sfollati nelle loro aree di residenza, con libertà di movimento all’interno della Striscia di Gaza, l’ingresso a Gaza di cibo e beni essenziali. La maggior parte di tali accordi non è stata rispettata da Israele.
La seconda fase, che non è mai stata attuata, prevedeva ulteriori misure per una calma sostenibile e la cessazione definitiva delle operazioni militari, oltre al ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza.
LA POSIZIONE AMERICANA
Nonostante le amministrazioni statunitensi non abbiano mai preso le distanze o tentato concretamente di fermare Israele nella sua aggressione al popolo palestinese, la posizione degli Stati Uniti ha subito un cambiamento significativo con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025. Il presidente ha espresso il desiderio di trasferire la popolazione della Striscia di Gaza nei paesi confinanti (una vera evacuazione di massa) e di trasformare la regione in una “Riviera d’Oriente”, con progetti di investimento per la costruzione di un resort di lusso.
L’amministrazione Trump ha dato a Netanyahu il via libera per intensificare le operazioni militari, nel tentativo di erodere la volontà della resistenza palestinese.Tuttavia, esperti militaristi avvertono che questa aggressione non porterà a sicurezza o stabilità nell’area né al rilascio di prigionieri israeliani. Gli Stati Uniti potrebbero essere costretti a rivedere la loro posizione e riprendere il dialogo con Hamas.