IL PACIFISMO OGGI: COLOMBA O ARMI?

Migliaia in piazza per il corteo della pace. Ma come aiutare chi subisce un’invasione?

di Greta Bellelli

Esiste una guerra giusta? E una pace giusta?  

Checché se ne dica la guerra è sempre esistita, ma oggi una guerra in particolare è nella mente di tuttə: la Russia ha attaccato l’Ucraina lo scorso febbraio, riportando la guerra in Europa dopo anni di “stabilità” ed “equilibrio” post conflitto balcanico. Corpi e territori ucraini, quotidianamente sotto le bombe, si difendono anche grazie alle armi inviate dagli stati esteri. Molto della difesa, però, passa anche per la resistenza pacifica, fatta di metodi e strategie sociali e civili.

La guerra in Ucraina ha risollevato l’epocale problema etico dei pacifisti: esiste una guerra giusta? Fino a che punto può spingersi una guerra difensiva perché rimanga giusta?

Il 5 Novembre 2022 40 000 persone sono scese in piazza a Roma con una richiesta forte e chiara: “Vogliamo la Pace. Stop all’invio delle Armi”. Ma senza armi inviate in Ucraina, cosa succederebbe?

Sono cresciuta con una sorella e due fratelli: litigare era facile, fare la pace impossibile. La pace richiede una presa di posizione responsabile che non escluda l’una o l’altra parte: una pace che sia politica ma anche civile, dell’oppresso ma anche dell’oppressore, del singolo ma anche di un’intera comunità.

Illustrazione di Valentina Palanca

Thomas Hobbes nel XVI secolo diceva che gli uomini vivono una perenne lotta gli uni contro gli altri e quest’idea divenne il centro di gravità di molti intellettuali che gli succedettero. Ad ascoltare loro, noi la pace non la conosciamo e mai l’abbiamo conosciuta. Ed in effetti l’assenza di pace nel corso dei secoli, sino a noi, si è mostrata sotto varie forme. Che pace è quella di un immigrato in un paese razzista? Che pace è quella di un libero giornalista in un paese dittatoriale? Che pace è quella di un imprenditore privato in un paese comunista?

Ma la pace di cui parlo qui, ora, è legata a una sottrazione ancora più devastante e coinvolgente degli esempi appena citati, perché riguarda un intero popolo a cui è tolto il diritto alla sicurezza e alla vita, attentata da armi costruite appositamente per uccidere.

Parlare di pace significa parlare del diritto di autodeterminazione dei popoli, della difesa di uno stato sovrano, degli equilibri tra offensore e offeso. Ho manifestato per la pace al fianco di unə compagnə ucrainə fortemente provatə, che supplicava di fornire armi al suo paese. Eppure per me, trans-femminista e ambientalista, parlare di guerra significa parlare dello stupro dell’umanità, che può concludersi esclusivamente con un secco NO ALLE ARMI da entrambe le parti. Chi ha ragione?

Non credo ci sia una risposta assoluta. Credo, però, sia indispensabile conoscere il mondo che ci circonda in tutte le sue sfaccettature, informarsi ed formarsi al fine di sviluppare un pensiero critico che non diventi mai statico ed irremovibile. Una mente flessibile, uno sguardo a 360 gradi necessita di empatia per l’altro da sé. Non è sufficiente leggere la realtà, bisogna interrogarla, cominciando dal qui ed ora e continuando nei giorni a venire.

Vi propongo la lettura di tre articoli, molto diversi tra loro, che, personalmente, non mi hanno dato una soluzione, ma mi hanno fatto pensare.

Illustrazione di Greta Vaccari

Il primo mi ha fatto assaggiare una pace per niente rassicurante: link all’articolo 

Il secondo mi ha fatto masticare una pace amara ma quantomeno identificabile: link all’articolo

Letto il terzo, ho digerito un gusto di pace definito: “Il pacifismo, come emerge dai vari racconti, è il risultato più concreto di un quotidiano esercizio di ascolto interculturale e di rifiuto della violenza come mezzo di risoluzione delle crisi internazionali”: link all’articolo

Alla fine è questo il pacifismo in cui credo ancora e che auspico sia traducibile nella realtà. Lascio a ciascuno di voi le proprie riflessioni e le proprie scelte conseguenti.

Per gli interessati alla manifestazione di Roma: link all’articolo 

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