di Giacomo Terzi
C’è una scena che si ripete oramai da due anni, più o meno uguale. Tornati dalle vacanze natalizie, improvvisamente tutte le ore diventano una cosa sola: educazione civica. Una settimana intera. Poi finisce. E, di fatto, sparisce.
Questa volta, però, nel tentativo di capirla, abbiamo predisposto e somministrato due sondaggi: uno rivolto agli studenti e uno ai professori, affiancati da interviste video. Per verificare se quello che sulla carta funziona, funziona anche nella realtà.
Il primo dato emerso è quasi rassicurante. Gli studenti, in larga maggioranza, non rifiutano l’educazione civica. Anzi, l’80% la considera molto utile. La percepisce come qualcosa che serve, che riguarda la vita reale più di tante altre materie.
Il problema risiede nel modo in cui viene affrontata.
Se la scuola è veramente un organo costituzionale, come sosteneva Calamandrei, allora non può permettersi di funzionare ad intermittenza.
Una parte degli studenti, quasi il 70%, ritiene che non sia sbagliato a priori dedicare un periodo definito all’educazione civica, ma questo non deve trasformarsi in una parentesi dell’anno scolastico, perché rischia, come ha fatto notare qualcuno, di risultare limitante, una forzatura, perfino incoerente con l’idea per cui per cui l’educazione civica è stata introdotta nelle scuole italiane.
Anche sul piano del coinvolgimento i numeri parlano chiaro, senza bisogno di particolari interpretazioni creative. Le attività proposte raggiungono a malapena la sufficienza, un “sei politico”. Neanche lontanamente quello che dovrebbe essere una materia che parla di diritti, società, ambiente, cittadinanza, ossia di argomenti che dovrebbe lasciare il segno.
E qui entra in gioco la seconda parte dell’indagine, quella rivolta ai professori. Perché il problema non è unilaterale. Anche tra gli insegnanti emerge un’analisi critica: da un lato il riconoscimento da parte dell’85% dell’importanza dell’educazione civica per la crescita dei ragazzi oltre alla loro istruzione, dall’altro, per alcuni la mancanza di formazione (20%), per altri l’incompatibilità della settimana con la natura stessa della disciplina.
E qui, le due parti dell’indagine, da prospettive diverse, iniziano a combaciare.
Uno degli elementi più in comune riguarda la valutazione: da ambo le parti, la maggioranza ritiene poco utile assegnare un voto all’educazione civica, perché, a quel punto, rischia di perdere il suo carattere formativo. In effetti, quando ciò che dovrebbe accompagnare i ragazzi ogni giorno, aiutarli nelle relazioni, suggerire comportamenti sociali adatti al vivere in una comunità, viene ricondotto ad una materia come le altre, inevitabilmente, smette di distinguersi.
L’educazione civica, infatti, non può essere vista come un modulo da completare, un’esercitazione da valutare o un elaborato da correggere e archiviare. Perché una parentesi, anche se ben fatta, resta pur sempre una parentesi. E infatti, una volta chiusa, si torna al resto: alle lezioni “vere”, ai programmi da finire, ai voti che fanno media. L’educazione civica, invece, si esaurisce lì, come se avesse già dato tutto quello che poteva dare.
Ci sono aspetti, però, che non si possono affrontare in blocco, riassumere con una presentazione, sintetizzare con un numero.
E allora la contraddizione è lì. La scuola prova a insegnare qualcosa che dovrebbe essere permanente, incidere su un modo di pensare e di agire nel mondo: e questo non lo può fare esaurendo la propria azione in una settimana né riducendola a un compito valutato.
Forse è questo che i dati mostrano… una difficoltà più nel collocare l’educazione civica davvero dentro la scuola, nel darle uno spazio adeguato.
E allora il punto non è se l’educazione civica sia utile o meno, ma se il modo in cui è organizzata oggi sia davvero all’altezza di quello che pretende di insegnare.

