Lo stimolante incontro tra il giornalista Fabrizio Gatti, celebre per aver condotto numerose inchieste da infiltrato, e diverse classi del Fermi.

di Giovanni Sassi Buttasi

La figura del giornalista è spesso avvolta da carisma e mistero. É un personaggio che non affascina con  l’aspetto fisico ma con i suoi ideali e principi. É il concetto di “verità” a riassumerne i tratti in maniera brillante. Al giorno d’oggi, la verità è un valore che ha bisogno di difensori come Fabrizio Gatti, il giornalista milanese di caratura internazionale che, lavorando sotto copertura, ha portato alla luce problemi e criticità in diversi ambiti, tra cui quello mafioso e delle rotte dell’immigrazione irregolare dall’Africa all’Europa.

É proprio la sua esperienza in quest’ultimo campo che Gatti ha portato ai ragazzi del Fermi: un viaggio sotto falso nome, fianco a fianco con gli immigrati nordafricani, per essere testimone oculare di un fenomeno così complesso e diffuso come quello migratorio.

Lintervista

Il giornalista ha strutturato l’incontro sulle domande poste dagli studenti che si sono dimostrati degli ottimi intervistatori, in grado di spostare l’attenzione su questioni varie e interessanti.

Perché intraprendere un viaggio così pericoloso?

La prima domanda è probabilmente anche la più spontanea, alla quale Gatti ha risposto con immediatezza e naturalezza: le interviste a coloro che intraprendono la traversata mancano sempre di “qualcosa”. Un “buco” che il viaggio del giornalista voleva colmare  informando il popolo italiano di ciò che gli immigrati nordafricani vivono, abbandonando la propria casa per cercarne una nuova in Europa. A questo si aggiunge un’esperienza  personale:il sentimento d’abbandono della terra d’origine che la mamma del giornalista ha provato spostandosi dal Friuli a Napoli dopo la Seconda guerra mondiale.

La traversata del deserto

In secondo luogo, il giornalista ha raccontato una delle sue esperienze sotto le spoglie di un migrante, vissuta circa vent’anni fa. Gatti, infatti, ha intrapreso la traversata del deserto ben due volte. É stato inviato dai trafficanti lungo la costa libica e si é fatto prelevare e trattenere in un centro migranti di Lampedusa. Un “palmarès”, quello del giornalista milanese, assai ricco, privo solamente della traversata del Mediterraneo.

L’esperienza narrata risale al tempo in cui scriveva per “L’Espresso”, quando ha vestito i panni di un signore nordafricano per percorrere la tratta desertica che parte dal Deserto del Teneré (Niger) e arriva fino alla costa libica. Il suo viaggio è un racconto di umanità e forza di volontà, che decine di migliaia di persone ogni anno sono costrette a fare per cercare un futuro migliore.

Il viaggio nel deserto, racconta Gatti, è tanto spaventoso quanto quello in mare e viene fatto su camion come quelli che usiamo per trasportare sabbia o ghiaia. Su questi mezzi viene ammassato un numero enorme di persone, che spesso si aggira intorno alle trecento. Le soste si limitano a una o due al giorno: i conducenti si fermano per cucinare qualcosa. I pasti dei migranti invece si compongono principalmente di miele, pane e datteri. Escluse queste brevi soste, i camion carichi di gente continuano imperterriti per settimane intere lungo il tragitto. Il pericolo di sentirsi male per stanchezza o disidratazione è alto, e la paura che il mezzo di trasporto abbia un guasto nel mezzo del deserto lo è ancora di più. Uno dei nemici più duri in questi “mari di sabbia” è senz’altro la sete: l’acqua è razionata al limite della sopravvivenza e i pochissimi pozzi e città che s’incontrano sono divisi da distanze simili a quella che separa Torino da Trieste.

Hai mai avuto paura? Sei mai stato vicino a mollare?

La paura, risponde Gatti, è un istinto primordiale, un segnale importante che ci permette di essere pronti e allerta. Ma come uscire da situazioni potenzialmente pericolose? Il giornalista racconta di un episodio accaduto durante un altro dei suoi viaggi nel nord del continente africano, quando si era imbattuto nell’accampamento di un gruppo di contrabbandieri di tabacco, armi e droga. Questi erano interessati a lui, al pensiero di quanto l’Europa avrebbe pagato una volta preso in ostaggio un suo cittadino. Il giornalista non nega di aver provato un certo timore in quella situazione, ma spiega anche di essere sopravvissuto mantenendo la calma e parlando.

Che tipo di preparazione è necessaria per affrontare unimpresa simile?

Gatti individua tre tipi di preparazione: fisica, psicologica e conoscitiva.

Dal punto di vista fisico, Gatti ha trascorso ore a nuotare vestito nel Lago di Como. Ha allenato il suo fisico a stare per cinque ore di fila in acqua, con temperature non superiori ai 19°. Inoltre, per giorni ha adottato una dieta basata su pane, acqua e datteri. Per quanto riguarda l’aspetto psicologico, il giornalista ha affermato che è necessario essere svegli, pronti a qualsiasi imprevisto. Bisogna mantenere la calma e avere la mente lucida, anche nelle situazioni più delicate. La preparazione conoscitiva infine è l’apsetto più importante: Gatti, prima di intraprendere ognuno dei suoi viaggi, ha svolto un lavoro di documentazione accurato circa la geografia del territorio, la presenza dei trafficanti e il tragitto da percorrere. Un aiuto importante é arrivato dalle decine di profughi conosciuti alla Stazione Centrale di Milano. Grazie alle sue domande, hanno potuto ripercorrere il lungo viaggio intrapreso per arrivare fino a qui.

Perché, tra tutte le tematiche possibili, hai scelto di parlare dellimmigrazione?

Oltre alle ragioni già citate, Gatti ha spiegato che il panorama giornalistico italiano era privo di una figura che raccontasse questo fenomeno, che informasse gli italiani di quanto accade alle persone che sbarcano ogni anno lungo le coste del nostro Paese.

Hai visto dei gesti damore lungo il tuo viaggio?

L’incontro si é chiuso con questa domanda profonda, a cui Fabrizio Gatti ha risposto sinceramente dicendo che è proprio il sentimento di umanità a caratterizzare questi grandi viaggi: una borraccia prestata, un dattero in più donato o un posto in cui dormire assumono una dimensione umana inaspettata. Il più grande gesto d’amore però sta nella fiducia che queste persone ancora ripongono nel mondo dopo viaggi simili.

Di Giovanni Sassi Buttasi

Nessuna presentazione riguardo al redattore.

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