Khamenei è stato eliminato, ma le morti continuano
di Michele Sbizzera
Nelle prime ore del 28 febbraio 2026, il presidente USA Donald Trump ha annunciato a sorpresa, in un video pubblicato sui social nel cuore della notte, il via alla più grande operazione militare americana in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq del 2003. In coordinamento con Israele, l’operazione ha preso di mira i vertici della Repubblica Islamica dell’Iran.
L’attacco, denominato Operation Epic Fury dagli americani e Roaring Lion dagli israeliani, ha avuto come primo e più significativo esito la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran dalla fine degli anni ’80, insieme a gran parte dei vertici dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran). La scelta dell’orario, con i mercati occidentali chiusi e la macchina mediatica in fase di risveglio, è apparsa come una mossa studiata per limitare l’impatto finanziario immediato, un calcolo che però non ha prevenuto il blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e il conseguente balzo dei prezzi di petrolio e gas.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il lancio di missili contro Israele e i paesi arabi circostanti, inclusi Emirati Arabi Uniti e Oman, un atto di “autodifesa”. In poche ore, la regione è precipitata in una spirale di violenza con bombardamenti che hanno colpito Teheran e altre città. Mentre l’ONU ha invocato un cessate il fuoco immediato, l’Europa si è divisa tra l’appoggio verbale agli attacchi (Francia, Germania, UK) e la critica netta dell’intervento, come nel caso della Spagna.
La narrazione ufficiale americana, guidata da Trump, si è concentrata sulla necessità di eliminare una “minaccia imminente” rappresentata dal programma nucleare iraniano. Tuttavia, emergono diverse contraddizioni. Mentre l’inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff, parla di Iran a “una settimana” dal materiale fissile, esperti di politica nucleare e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) hanno mostrato scetticismo, non potendo verificare lo stato dei siti a causa di precedenti attacchi. Anche la minaccia di missili intercontinentali iraniani in grado di raggiungere gli USA è stata ridimensionata da valutazioni dell’intelligence, che collocano tale possibilità non prima del 2035.
Il messaggio di Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu si è rivolto direttamente al popolo iraniano, presentando l’attacco come un’azione di liberazione. Netanyahu ha fatto appello specifico alle diverse etnie del paese considerandole comunità separate (persiani, curdi, azeri, baluci), una mossa che molti analisti interpretano come un tentativo di favorire una potenziale implosione dello stato iraniano. Una retorica, quella della “liberazione”, che riecheggia interventi passati in Iraq, Afghanistan e Libia, sollevando dubbi sul piano per il post-conflitto. Al momento, l’amministrazione Trump non ha presentato alcuna strategia credibile per una transizione politica in un paese di 90 milioni di abitanti.
Mentre la diplomazia internazionale fatica a trovare una via d’uscita, il prezzo umano dell’operazione si fa sentire. Secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, si contano già centinaia di vittime civili, tra cui almeno 150 studentesse uccise in un bombardamento vicino a una scuola nel sud del paese.
Con l’eliminazione di Khamenei, l’Assemblea degli Esperti ha già eletto un nuovo leader ad interim, ma il futuro dell’Iran si prospetta incerto e si articola in quattro scenari principali:
- Collasso del Regime: Il regime cade rapidamente, sostituito da un governo di transizione. Uno scenario che appare improbabile data l’assenza di un’opposizione interna organizzata e pronta a governare.
- Resistenza Prolungata: Il regime e i Pasdaran si riorganizzano, dando vita a un conflitto di lunga durata con continue rappresaglie missilistiche su Israele e basi USA. Questo scenario porterebbe a un’instabilità economica regionale prolungata.
- Frammentazione del Potere (Scenario Myanmar): Il potere centrale si dissolve, lasciando spazio a comandanti locali sempre più autonomi, con il rischio che l’immenso arsenale missilistico iraniano cada in mani fuori controllo. Questa è considerata la minaccia più grave per la stabilità dell’intera regione.
- Invasione di Terra (Boots on the Ground): Di fronte alla tenuta del regime, l’unica opzione per completare il regime change sarebbe un’invasione di terra, replicando il modello Iraq 2003. Uno scenario definito “suicida” e un “Vietnam 2.0”, in contrasto con la dottrina americana post-Vietnam di “zero vittime”.
Mentre i bombardamenti continuano e il blocco dello Stretto di Hormuz fa temere una crisi energetica globale, una cosa appare chiara: l’Iran per come lo conoscevamo probabilmente non esiste più. La domanda cruciale ora è quale forma prenderà il suo futuro e a quale prezzo, per la popolazione iraniana e per l’intero equilibrio mondiale. Il rischio è che, ancora una volta, la retorica della liberazione nasconda la complessa e tragica realtà di una guerra dalle conseguenze incalcolabili.

