Dalle accuse di abusi sessuali nelle carceri alla condanna a morte. Il sistema legale israeliano inasprisce le pene sotto la spinta dei suprematisti.
di Hajar Qacem
«Oggi stiamo facendo giustizia storica. È arrivato il momento di restituire orgoglio al popolo di Israele». Con queste parole, dopo l’approvazione della nuova legge, il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha sancito il ritorno del “boia” nello Stato ebraico. E poi ha rivolto un messaggio ai detenuti palestinesi: «Presto vi conteremo uno per uno».
Il 30 marzo 2026, dunque, segna una frattura profonda nella storia democratica d’Israele. Con 62 voti favorevoli e 48 contrari, la Knesset, il parlamento israeliano, ha approvato la legge che introduce la pena di morte mediante impiccagione per i “nazionalisti palestinesi”, cioè coloro che vengono accusati di terrorismo e che minacciano la sicurezza nazionale del paese. La legge non fa distinzioni di età e di genere: in linea teorica, quindi, potranno essere accusati di terrorismo e perseguiti anche i bambini.
Tra i banchi di chi ha votato “sì” sedeva anche il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, su cui pende ancora un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità e verso cui hanno cominciato a scagliarsi anche alcuni politici europei: il Primo Ministro svedese Kristersson ha infatti dichiarato che “Israele deve essere isolato ed espulso dall’ONU”, mentre il Primo Ministro spagnolo Sanchez ha affermato come il disprezzo per la vita umana mostrato da Netanyahu dopo la strage in Libano è inaccettabile.
L’approvazione delle legge è stata accolta dall’estrema destra come una vittoria epocale. Ben Gvir, promotore della misura, ha sostenuto con forza la misura. «Abbiamo fatto la storia. Lo avevamo promesso e lo abbiamo mantenuto» e poi ha festeggiato in aula tra applausi e brindisi, sfoggiando una spilla a forma di “cappio”. Già a novembre del 2025, dopo il primo via libera della legge, il ministro aveva distribuito dolcetti ai colleghi, un gesto che stride violentemente con la gravità del provvedimento.
Israele, uno stato democratico, non eseguiva una condanna a morte dal 1962, quando fu impiccato il criminale nazista Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili operativi dello sterminio degli ebrei nella Germania nazista. Da allora, la pena capitale era rimasta confinata a casi teorici di genocidio o alto tradimento in tempo di guerra, rivolta maggiormente ai cittadini palestinesi. Oggi, con l’introduzione di questa legge, diventa uno strumento politico sistematico.
Inoltre, la nuova norma non è uguale per tutti ma crea un sistema legale asimmetrico.
Nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est illegalmente annessa, i tribunali militari avranno l’obbligo di emettere condanne a morte per omicidi in atti definiti di terrorismo ai sensi delle discriminatorie leggi antiterrorismo israeliane. Solo in circostanze speciali, non specificate dalle leggi, i tribunali potranno emettere una condanna diversa dalla pena di morte come l’ergastolo.
Mentre in Israele, nei tribunali civili, la pena colpirà chi agisce con lo scopo di “negare l’esistenza dello Stato”. Una formulazione che, come denunciano le associazioni per i diritti civili, esclude strutturalmente gli autori di reati di matrice ebraica. Tale provvedimento non permette nessun appello, di conseguenza l’amministrazione penitenziaria avrà solo 90 giorni per eseguire la sentenza, un limite temporale studiato per blindare il verdetto ed evitare clemenza o ricorsi internazionali.
Il leader suprematista Ben Gvir ha instaurato un sistema sistematico di tortura e orrore contro i prigionieri politici palestinesi, spesso detenuti senza accuse, denutriti, vittime di abusi sessuali, aggressioni e mancanza di cure; in più di un’occasione Gvir ha persino difeso i militari israeliani ripresi durante atti di violenza estrema. Di fronte a questo scenario di vessazioni, la coalizione arabo-israeliana Hadash-Ta’al ha presentato ricorso alla Corte Suprema contro la nuova norma sulla pena di morte, denunciandola come un atto di razzismo istituzionale e apartheid che espone esclusivamente i Palestinesi alla pena massima, garantendo al contempo un’impunità strutturale ai criminali ebrei. Tale disparità di trattamento riflette una realtà già consolidata in Israele, dove l’assenza di sanzioni protegge sia i coloni illegali, responsabili di omicidi e furti, sia i soldati coinvolti in massacri di civili e famiglie.
Israele ha approvato la legge nonostante l’appello arrivato, seppur tardivamente (la legge era in discussione da mesi), da diversi paesi europei. La reazione della comunità internazionale non si è fatta attendere. Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno condannato la legge definendola una “punizione disumana e degradante”, priva di valore deterrente.
Mentre la politica israeliana festeggia con lo champagne, il diritto internazionale avverte che questa legge espone ufficiali e ministri a nuovi e più pesanti mandati di cattura. Israele tira dritto, ma il prezzo dell’isolamento rischia di diventare insostenibile.

