L’avevamo detto in piazza, sui social, fra compagni di classe, in casa, ma non è servito. La rivoluzione del semestre filtro è stata un vero e proprio disastro per tutti: università, studenti e famiglie.

di Andrea Bizzarri

Gli studenti che ambivano a laurearsi in medicina, veterinaria o odontoiatria sono stati costretti a seguire, partendo da settembre, un mese e mezzo di lezioni. Nella quasi totalità dei casi si svolgevano online, su tre materie: chimica e propedeutica biochimica, fisica e biologia. Le lezioni venivano svolte dai professori del primo ateneo nella lista delle preferenze, che dovevano essere almeno dieci.
Non vi era però, al contrario degli anni scorsi, la possibilità degli scorrimenti: o si accettava l’università assegnata o si perdeva il posto. I professori, a loro volta, insegnavano in maniera differente gli uni dagli altri e loro stessi segnalavano forti ambiguità e parti non chiare nel syllabus (l’elenco degli argomenti richiesti agli esami).

Questi ultimi sono stati erogati tutti e tre in due appelli: uno il 20 novembre e il secondo il 10 dicembre. Come se non bastasse, erano composti da 15 domande a crocette e 16 a completamento, da svolgere in 45 minuti: un minuto e mezzo a domanda. Come ciliegina sulla torta, tra un esame e l’altro si avevano ben 15 minuti di pausa, prima di sostenere il successivo (in ordine: chimica, fisica e biologia). Le graduatorie sono uscite l’8 gennaio, mentre le lezioni riprenderanno nelle prime settimane di febbraio.

Già con questi dati si possono dedurre le innumerevoli criticità del sistema proposto dalla Ministra Bernini. In primis le tempistiche, troppo brevi e ravvicinate.
Un solo mese e mezzo di lezioni, sei ore ogni giorno dal lunedì al venerdì, e nel pochissimo tempo rimanente studiare era d’obbligo, siccome solo una ventina di giorni separava la fine delle lezioni e il primo appello.

Per non parlare del fatto che gli studenti fuori sede avranno meno di un mese di tempo per cercare casa, in un periodo in cui il mercato non ha molto da offrire. Inoltre, va considerato il tempo, soldi ed energie spese dagli studenti e dalle famiglie “a fondo perduto”, siccome non vi era garanzia alcuna di poter proseguire nell’ambito percorso di studi.

L’impatto psicologico sugli studenti è stato devastante: oltre allo stress sopportato e ai sacrifici fatti durante il periodo di preparazione, la maggior parte ha subito il colpo di grazia vedendo impedita la prosecuzione del percorso di Medicina.

Gli esiti degli appelli parlano chiaro: solo tra il 20 e il 30% degli studenti ha superato chimica, la stessa percentuale vale per biologia. Il vero collo di bottiglia, però, è stata fisica, superata da appena il 12% degli studenti su scala nazionale. Con questi numeri, meno della metà dei posti messi a disposizione (19mila su 54mila aspiranti, parlando di Medicina) sarebbe stata coperta, perché per accedere alla graduatoria era necessario superare tutte e tre le prove.

Va detto che i posti disponibili erano in realtà maggiori, perché chi non entrava in uno dei tre corsi principali poteva accedere a corsi affini, come Biologia o Infermieristica, tramite convalida degli esami sostenuti.

Per questo motivo, le regole sono state cambiate in corso d’opera: si è aperta la possibilità di entrare in graduatoria anche a chi aveva superato solo due esami su tre (non solo chi aveva preso almeno 18 trentunesimi in tutti e tre), lasciando però fuori più di 20 mila studenti. Inoltre, è stato introdotto il recupero del voto del primo appello, anche se rifiutato, creando un kafkiano sistema a nove fasce distinte. La prima era composta da chi ha preso 3 sufficienze senza alcun recupero, la seconda invece era per chi ha recuperato un voto. A seguire, due recuperi per la terza e tre per la quarta. La quinta era occupata da chi ha avuto due sufficienze pulite, mentre la sesta e la settima per chi ha recuperato rispettivamente uno o due esami. Infine, l’ottava era composta da chi ha avuto una sufficienza senza averla recuperata, a contrario di chi era nella nona. Non vanno poi dimenticate le numerose irregolarità segnalate.

Questo fallimento non nasce solo dalle tempistiche e dalle regole del semestre filtro, ma riflette anche problemi strutturali della scuola italiana. Le cause del disastro, infatti, non sono da attribuire puramente alla riforma, ma anche alla debole preparazione con cui arrivavano gli studenti. Va detto che le prove non erano impossibili: la maggior parte dei quesiti era, almeno sulla carta, di livello paragonabile a quello di un liceo scientifico. Questo evidenzia una grave difficoltà della scuola italiana, carente di personale, con strutture fatiscenti e un anacronismo intrinseco della sua organizzazione. Inoltre, la spesa pubblica per questo settore è ben sotto gli standard europei, investendo circa la metà rispetto alla media (4% del PIL contro l’8%).

L’onorevole Ministra, rispondendo alle critiche e alle richieste di aiuto lanciate dagli studenti ad Atreju, ha definito “poveri comunisti” e “inutili” gli studenti che lei stessa ha posto in quella situazione. Il semestre filtro è programmato anche per l’anno accademico 2026/2027, ciò significa che il Ministra non ha intenzione di prendere in considerazione le enormi criticità e il fallimento della riforma.

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Non rimanete Fermi: ve ne pentirete.

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