POMPEO E GIULIETTO: IL NUOVO FILM CANDIDATO AGLI OSCAR!

di Francesca Necula e Giada Tinè

Spopola tra le multisale romane la nuova tragedia che vede come protagonisti i pluripremiati attori Giulio Cesare e Gneo Pompeo Magno. “Pompeo e Giulietto” è uno dei capolavori della tradizione romana. Un’appassionante storia piena di colpi di scena che tiene gli spettatori incollati allo schermo, un intreccio di amicizie, alleanze e omicidi assolutamente da non perdere

Attenzione: la recensione contiene spoiler.

Ambientato negli anni 40 del primo secolo avanti Cristo, la storia narra di due uomini destinati a stravolgere la storia romana.
Cesare se lo ricorda bene il primo incontro con Pompeo, nascosto dagli occhi di tutti, avvenuto undici anni prima in presenza di un terzo incomodo chiamato Marco Licinio Crasso, durante il quale avevano stretto un’alleanza segreta: il triumvirato.
Era una questione di finanze interne, un’alleanza politica, la loro, o così si lasciava intendere, ma in verità fra Cesare e Pompeo c’era molto di più.

L’unico ostacolo della storia fra i protagonisti è rappresentato da Crasso, gelosissimo di ciò che i due sono riusciti a conquistare – e non si parla solo di territori.
La presenza di Crasso non si rivelerà, però, un intralcio perenne per i nostri due eroi, in quanto l’acerrimo nemico, bramoso di dimostrare la sua gloria e la sua forza militare, perderà la vita in una battaglia nel 54 a.C, intrapresa giusto per occupare il tempo libero e dimostrarsi qualcuno di importante.
Il personaggio di Crasso è superfluo e totalmente inutile allo sviluppo della storia, probabilmente una scelta dello sceneggiatore dovuta alla necessità di inserire un antagonista nella vicenda.
I nostri protagonisti ora possono finalmente raggiungere la loro più grande aspirazione, ma proprio nel momento in cui sembra tutto filare liscio, la trama prende una piega inaspettata, che coglie lo spettatore alla sprovvista. Nella storia tra Pompeo e Giulietto, infatti, cominciano a sorgere le prime tensioni e i primi dubbi da parte di quest’ultimo.
Completamente abbattuto dalle problematiche della loro relazione, Giulietto decide di prendersi una pausa di riflessione, cercando di distrarsi in una campagna bellica contro alcune popolazioni galliche. Solo al termine di una lunga guerra di sfogo decide di tornare.
Giungiamo così al punto di svolta del film. Giulietto è accampato con il suo esercito per un picnic dalle parti di Rimini, presso il Rubicone, considerato il confine tra l’Urbe e il resto del mondo. La scena ha dell’incredibile: appoggiando male il ginocchio, durante una pacifica partita di Risiko, Giulietto precipita nel fiume, proprio nel momento in cui stava dicendo la frase che, forse, racchiude l’intero messaggio del film: “il dado è tratto”.

La scena in questione è tra le più importanti del film, ma qualitativamente tra le meno realistiche. L’attore non è riuscito a dare la giusta enfasi all’avvenimento, la caduta è fin troppo innaturale e il tutto sembra costruito a tavolino.
Nonostante sia stato Cesare a cadere nel fiume, a questo punto del film entrambi i nostri protagonisti si trovano in acque tormentate.

Pompeo, ormai furioso e delusissimo dalla separazione dell’amante, gli volta definitivamente le spalle e intraprende un viaggio ascetico, passando prima per Brindisi, dove imbarca le sue truppe per attraversare l’Adriatico e arrivare in Albania.
Davvero notevole è il lavoro dei registi, che hanno saputo spostare i set cinematografici da Rimini a Durazzo per aumentare la verosimilità della storia.

Nel frattempo, Giulietto, dopo un lungo periodo di ripensamenti, si impone di raggiungere l’ex compagno a Farsalo, in Grecia. Si accende un’animata discussione, dalla quale Pompeo ne esce estremamente indebolito. Completamente affranto dalle continue difficoltà che il loro rapporto sta attraversando, quest’ultimo si confronta con i suoi più fidati amici, i quali gli sconsigliano di chiedere perdono all’ex e organizzano invece un ritiro spirituale in Egitto. Qui Pompeo cerca di mettersi in contatto con un suo amico di penna che abita nella zona, il sovrano Tolomeo XIII, che purtroppo al momento è indaffarato e quindi non ha modo di incontrarlo. L’invito viene girato ai generali del sovrano, che spiccano di ospitalità e offrono al turista un’escursione in barca sulle coste egiziane.

Questo magnanimo gesto si rivela presto una trappola tesa dai funzionari di Tolomeo XIII, che avevano precedentemente etichettato Pompeo come pericolo pubblico e avevano stabilito che la soluzione migliore sarebbe stata eliminarlo, affermando che “un morto non morde”.
Il pubblico spalanca gli occhi, spiazzato dall’inaspettata pugnalata che stravolge completamente la narrazione, a cui Pompeo reagisce soltanto con un mero sospiro di rassegnazione. Gli amici che gli avevano precedentemente suggerito di accingersi a quest’avventura, messi di fronte alle conseguenze disastrose della vacanza, decidono di fuggire abbandonando il corpo decapitato sulla spiaggia, fra la sabbia e le conchiglie.
Quando finalmente Giulietto raggiunge l’ex compagno, si accorge di essere arrivato troppo tardi: Pompeo è stato assasinnato, e il suo cadavere giace in mezzo al lido, tra la folla che si gode le ultime giornate estive.

I loro destini sono stati separati per sempre. Alla notizia il dittatore cade in una profonda depressione, e fa giustiziare i responsabili della morte dell’ex amante.
L’ultima scena del film è sicuramente la più profonda e commovente: vedere Giulietto in preda alla disperazione coinvolge il pubblico talmente tanto che è impossibile rimanerne indifferenti, le lacrime prendono il sopravvento in chiunque guardi l’ultimo abbraccio tra Giulietto e Pompeo, il cui amore è stato compromesso da una popolazione particolarmente scontrosa. Gli autori e il cast hanno fatto un lavoro eccezionale, questa scena vale l’Oscar.

L’unico dettaglio da sottolineare è la scelta da parte del regista di porre un’ultimissima scena dopo ben sei minuti e mezzo di titoli di coda, durante i quali la maggior parte degli spettatori in sala si defila. La scioccante scena post-credit mostra Giulietto da solo nel suo palazzo, colto da un’insormontabile crisi di pianto ripensando all’evento che l’ha indelebilmente segnato fino alla fine dei suoi giorni. Dopo qualche minuto di pianto, emette un sospiro, e la sua tremante voce pronuncia l’ultima straziante frase chiave del film: “Lo dovevo uccidere io”.

L’inaspettato plot-twist dona una visione completamente differente dell’intera opera, che fino ai titoli di coda sembrava essere una vera storia d’amore senza secondi fini.
Si può interpretare il film come una rappresentazione anticonformista dell’amore, in cui il regista vuole evidenziare la visione per cui l’amore vero non esiste, ma ha sempre scopi materiali. Secondo l’autore dell’opera, dunque, l’amore non è un sentimento tale da elevare la mente a un piano ultrasensibile, ma solo un’illusione che offusca la mente dell’uomo e lo lega perpetuamente al mondo sensibile della gente che non persegue la conoscenza.

Dopo quest’allegorica interpretazione, possiamo concludere dicendo che nel complesso il film è consigliato, quattro stelle meritate. Unica pecca il finale, ma niente di che, dai, ci sta, non è così male.
La morale del film è quella di non accettare giri in barca dagli sconosciuti.

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