La Dakar Rally è considerata da molti la gara più dura del mondo. Alcuni la definiscono un’odissea meccanica, mentre altri la vedono come un modo costoso e faticoso per perdersi nel deserto. Tuttavia, la Dakar è molto più di un semplice rally, è un vero sforzo mentale.
Com’è iniziato tutto?
La storia della Dakar inizia con un uomo perso nel deserto della Libia. Siamo nel 1977, il pilota francese Thierry Sabine si smarrì durante il rally Abidjan-Nizza. Mentre vagava tra le dune del massiccio del Tibesti, invece di giurare di non toccare mai più una bussola, ebbe un’illuminazione: quel deserto era il palcoscenico perfetto per una sfida estrema.
Il 26 dicembre 1978, più di 180 veicoli partirono da Place du Trocadéro a Parigi con destinazione Dakar, Senegal. Quella prima edizione era un caos meraviglioso: moto e auto correvano insieme, senza categorie separate, uniti solo dalla polvere e dal motto di Sabine: “Una sfida per chi partecipa, un sogno per chi resta a guardare.”
Le tre ere della Dakar
Il rally ha cambiato pelle e continenti più volte, per cause geopolitiche e naturalistiche:
L’era africana (1979-2007) fu la leggendaria Parigi-Dakar, che attraversava il Sahara con il rinomato arrivo sulle sponde del Lago Rosa. Considerata l’epoca d’oro, ma anche la più pericolosa.
L’era sudamericana (2009-2019) vide il rally traslocare tra Argentina, Cile e Perù, con meno deserto infinito e più variabilità climatica e altitudini da capogiro sulle Ande.
L’era saudita (2020-oggi) ha portato il ritorno alle grandi distese di sabbia e rocce nella penisola arabica, con spazi immensi, navigazione difficilissima.
Come Funziona la gara?
La Dakar non è una gara di velocità pura, ma una competizione di resistenza, navigazione e gestione del mezzo che dura circa due settimane. Le categorie in gara sono varie: moto, quad, auto e camion, e in più è presente la Dakar Classic (regno della “regolarità), una categoria dedicata ai veicoli storici per chi vuole rivivere il fascino delle origini.
La navigazione avviene attraverso il Roadbook, un rotolo di carta (oggi spesso digitale su tablet) pieno di simboli tecnici, ad indicare i punti chiave del percorso. I piloti devono “validare” i waypoint, punti di controllo virtuali, per non incorrere in penalità.
La tappa marathon consiste in una o due notti in cui i piloti non possono ricevere assistenza dai loro meccanici, quindi devono riparare i mezzi con le loro mani sfruttando solo gli attrezzi a bordo.
La vita nel “bivacco”
Se la tappa è l’inferno, il bivacco è l’oasi. È una città itinerante che si sposta ogni giorno: migliaia di persone, dai piloti top agli amatori, dormono in tenda, mangiano insieme e riparano i mezzi. È qui dove si comprende quanto veramente faticosa sia l’impresa.
La Dakar affascina ancora perché in un mondo sempre prevedibile, è l’ultima vera avventura dove il mezzo meccanico conta quanto la tempra mentale. Non vince necessariamente il più veloce, ma chi sbaglia meno e chi sa leggere meglio il deserto.

