Intervista al prof. Bruno Miorali, esponente mantovano del movimento comunalista
di Adam Gamal
– Si presenti
Sono Bruno Miorali, un insegnante in pensione e attualmente sono presidente dell’Università Verde, un’associazione che si occupa di educazione ambientale ed educazione all’inclusione.
– Che cos’è il comunalismo?
Il comunalismo o municipalismo ha in Italia delle radici storiche. Basta pensare ai modelli federalisti che hanno avuto, in stati come la Germania e gli Stati Uniti, come base essenziale lo Stato regionale, mentre in Italia e in Svizzera i teorici del comunalismo avevano posto come base del federalismo i comuni. Diciamo che rispetto alla tendenza attuale a centralizzare il potere delle istituzioni nelle mani di una persona sola, di un capo o di una ristretta minoranza di persone, il comunalismo si pone in una prospettiva opposta, di riappropriazione del potere dalla base, nelle proprie periferie, a partire dai comuni, dai quartieri, eccetera. Questo modello è stato proposto da Gandhi, innanzitutto, con l’idea di una nazione di villaggi; più recentemente è stato sperimentato nel Chiapas, in quella regione del Messico meridionale, dove è stata lanciata un’idea di autogestione amministrativa basata sulla struttura di villaggio. È stata riproposta anche nella regione del Rojava, che per più di un decennio è stata auto amministrata dalla minoranza kurda, in perfetto accordo con le altre minoranze della regione.
– Perché è così importante parlare di comunalismo?
Oggi è importante parlare di comunalismo perché rappresenta l’unica alternativa presente in regioni limitate all’attuale processo di centralizzazione imperante. È importante soprattutto perché la centralizzazione del potere – e la logica nazionalista che lo accompagna – è portatrice di guerra, mentre la logica del comunalismo, ovunque si sia affermata, è stata portatrice di pace. Lo abbiamo visto nel Rojava ma anche nella terza esperienza comunalista che abbiamo presentato nel convegno, che è quello dello Sri Lanka, dove il movimento gandhiano Sarvodaya Shramadana fonda le sue basi sulla solidarietà di villaggio e sulla convivialità delle differenze religiose, sociali e così via.
– Qual è stato lo scopo dell’incontro del 27 marzo?
Lo scopo dell’incontro del 27 marzo era, da un lato, presentare esperienze di comunalismo raccordato, da un confederalismo sperimentato soprattutto del Rojava. Questo significa che i comuni che si collegavano tra di loro si collegavano come soggetti istituzionali pari, un po’ come nei gruppi di mutuo aiuto. Quindi la presentazione di queste esperienze storiche aveva lo scopo di portare a una riflessione e poterla articolare nella nostra realtà, sulla base delle nostre specificità chiaramente.
L’altro aspetto fondamentale che abbiamo posto in coda, ma è il più importante, è che essere comunità non significa solo partecipazione, ma significa anche assumersi le responsabilità di tutti. Abbiamo accennato il discorso della psichiatria di comunità, quindi di come le persone devono farsi carico delle situazioni di fragilità più diffuse nella città, come disabilità, problemi, nuove povertà, eccetera. Non è un caso che l’emporio alimentare sia proprio accanto alla sede in cui abbiamo fatto il convegno.
– Che cosa hanno proposto i suoi ospiti per affermare l’autodeterminazione dei popoli e costruire sentieri di pace?
Abbiamo pensato a dei conoscitori delle tre situazioni narrate nel libro Dallo stato alla comunità (Elèuthera, 2023) del sociologo statunitense, John Clark. Quindi innanzitutto per la situazione del Chiapas dove è stata grave la repressione contro le minoranze indigene, abbiamo pensato di chiamare Amnesty International, perché, oltre ad occuparsi dei diritti civili, si occupa anche della tutela delle minoranze indigene nel mondo. Per quanto riguarda il Rojava, dato che la figura più rilevante in questo movimento comunalista che si è sviluppato in questa regione della Siria è stata il popolo kurdo, abbiamo pensato di chiamare un rappresentante della Rete Kurdistan, che è venuto da Milano e che ha parlato della sopravvivenza di una regione, in cui si è sperimentata una democrazia ai più alti livelli in una situazione militare delle peggiori, nel senso che erano soggetti ad ogni tipo di aggressione da parte del governo siriano, dai turchi e dalle minoranze fondamentaliste islamiche. La situazione non è migliorata perché il nuovo governo è stato assunto in pratica da un ex terrorista, noto negli schedari di tutti i servizi segreti internazionali, per cui vivono tutt’oggi in una situazione drammatica in cui fatica a sopravvivere questa esperienza unica di democrazia in Medio Oriente. Il terzo tema è quello dell’esperienza del Movimento Gandhiano Sarvodaya Shramadana nello Sri Lanka, esperienza pluridecennale in cui un gruppo di studenti con i loro insegnanti hanno organizzato un campo di lavoro per sostenere un villaggio e questo ha creato un meccanismo di mutuo aiuto tra i villaggi: chi ha ricevuto aiuto si è sentito in dovere, per ragioni etiche e religiose, di aiutare gli altri villaggi più poveri. Questo ha creato un movimento che ha coinvolto quasi la metà dei villaggi del paese e non solo. Anche nello Sri Lanka stesso, però, questo movimento ha dovuto sopravvivere in un contesto di guerra civile che per più di vent’anni ha colpito il paese. Il movimento ha aiutato a trovare una soluzione di pace a questa guerra civile tra la maggioranza singalese e la minoranza tamil. Hanno fatto manifestazioni in silenzio con centinaia di milioni di persone per parecchie volte, sia nei grandi centri che nei piccoli villaggi, hanno organizzato scambi tra comunità diverse in modo da sviluppare conoscenza reciproca e solidarietà. L’Università Verde, ritenendo prioritario il tema della pace, si è impegnata nella rete di Mantova per la pace, una rete di associazioni e persone impegnate nelle iniziative per la pace e questa per noi è una priorità. Infine, Paolo Cacciari, nostro ospite e convinto sostenitore del comunalismo, ha tirato le conclusioni sottolineando il bisogno di una trasformazione sociale che trovi nella comunità il suo elemento centrale, una comunità basata sulla cooperazione e sul mutuo aiuto. Ha aggiunto che anche in Italia ci sono centinaia di esperienze che si ispirano a questi valori, dagli ecovillaggi alle cooperative di comunità, alle società mutue per l’autogestione. Oggi, si tratta di coniugare queste esperienze con la necessità di ribaltare il rapporto tra periferia e centro, valorizzando le emergenti buone pratiche partecipative dei consigli di quartiere e delle associazioni ecologiste e di solidarietà. Questi soggetti sono espressione diretta di una società civile che vuole far pesare sempre di più una volontà di pace, oggi calpestata dai potenti e dalla lobby delle armi.
– Perché avete scelto di partire dal libro “Dallo stato alla comunità”?
Dallo stato alla comunità (Elèuthera, 2023) narra le esperienze straordinarie di queste tre popolazioni in Chiapas, nello Sri Lanka, nel Kurdistan che si sono date forme di autogoverno di democrazia partecipativa e deliberativa. Gli stati nazionali sono una forma di governo verticale e centralizzata, nata relativamente di recente (la si fa risalire ai trattati di pace di Westfalia del 1660), ed ha presentato fin da subito non pochi difetti. La competizione tra di loro avviene come in una partita di pallone, in palio ci sono interessi economici e, soprattutto, si gioca con le armi in pugno. Le relazioni tra le nazioni sono minate da diffidenze, gelosie, intenti egemonici. Meglio sarebbe se le popolazioni riuscissero ad organizzarsi come comunità autonome e sovrane nei rispettivi ambiti territoriali (municipi, bioregioni, federazioni di comunità, altro) e si relazionassero tra loro nel reciproco rispetto e nel comune interesse.

