di Hajar Qacem, Giacomo Terzi, Giulio Peruffo

Il bullismo non è un “banale scherzo” e non è un fenomeno che si ferma al suono della campanella. Nelle scorse settimane, come redazione del MyFermi, abbiamo somministrato un sondaggio anonimo: 1404 studenti hanno risposto. I risultati ci hanno imposto una riflessione seria.

I numeri dicono che il bullismo al Fermi esiste. Non in misura grave, non come emergenza fuori controllo, ma esiste. E quando si parla di bullismo, anche un solo caso non è accettabile.

Per questo abbiamo deciso di incontrare la Dirigente scolastica, prof.ssa Marianna Pavesi, e la referente per il bullismo, la prof.ssa Lucilla Giungi. Obiettivo: fare chiarezza, senza retorica.

Un fenomeno “sottotraccia”

La dirigente non si dice sorpresa dai dati. «Siamo consapevoli che il fenomeno esiste», spiega. È un bullismo che spesso rimane “sottotraccia”, meno evidente ma presente, soprattutto nelle classi del biennio, dove si rileva minore maturità.

Questo, però, non lo rende meno problematico. «Non vuol dire che sia una cosa sana», sottolinea. Anzi: proprio perché si manifesta in forme meno eclatanti, rischia di essere normalizzato.

Il punto non è creare allarmismo ma nemmeno minimizzare.

“Tanto non cambia nulla”

Uno dei dati più significativi emersi dal sondaggio riguarda la paura: paura del bullo, paura delle ritorsioni ma anche, e soprattutto, paura dell’inutilità: “Segnalare non serve”, “Tanto non cambia nulla” le risposte più diffuse nel sondaggio.

La Dirigente è stata chiara: «Se non si comunica, non si può arginare il problema». Il bullismo non è solo una scorrettezza tra compagni, “è un reato”, sottolinea la Referente. E come tale va trattato.

La prof.ssa Giungi afferma che tutte le segnalazioni ricevute sono state prese in carico, gestite e nella maggior parte dei casi risolte. Tuttavia, se un comportamento è recidivo, può essere necessario segnalarlo più di una volta. “Denunciare richiede coraggio. Ma il silenzio protegge chi sbaglia, non chi subisce”.

Cosa succede quando si segnala?

La scuola si è dotata di un regolamento specifico e di un’e-mail dedicata alle segnalazioni (bullismo@fermimn.edu.it). Le comunicazioni non espongono mai la vittima e spesso gli interventi vengono svolti sull’intera classe, non solo sul singolo responsabile. Aspetto fondamentale durante le segnalazioni è la trasparenza: “Senza nomi e cognomi è difficile intervenire in modo efficace”.

E se il bullo fosse un rappresentante di classe? Il ruolo non cambia la responsabilità.

Anzi, la Dirigente offre una riflessione interessante: «Il bullo è spesso un finto leader. Dietro l’apparente forza, può nascondere tante debolezze». A volte chi agisce prepotentemente è stato a sua volta vittima e non ha saputo reagire in modo diverso. Capire non significa giustificare. Significa prevenire.

Quando il problema è online

Molti episodi avvengono fuori dall’orario scolastico: sui social, nei gruppi chat, alla fermata dell’autobus.

Qui il discorso si fa complesso. “Esistono due livelli” afferma la Dirigente: ciò che accade a scuola e ciò che accade fuori. La responsabilità delle azioni online, a titolo personale, ricadono anche sulla famiglia.

Ma la rete, purtroppo, amplifica tutto. Una presa in giro che in corridoio resta tra pochi, online diventa pubblica, permanente, incontrollabile. “Spesso manca la consapevolezza delle conseguenze, anche penali, di ciò che si pubblica”, precisa la prof.ssa Giungi.

Per le segnalazioni di cyberbullismo è possibile utilizzare anche YouPol, l’app della Polizia di Stato.

Rimane comunque un punto fermo: filmare a scuola e diffondere contenuti è una violazione del regolamento d’istituto.

Gli strumenti di ascolto

Molti studenti dichiarano di non sapere a chi rivolgersi.

Oltre alla Referente, esiste lo sportello psicologico, gestito dalla professoressa Pincella, uno

spazio pensato non solo per le emergenze ma anche per chi ha bisogno di parlare, sfogarsi,

capire. Per accedervi è necessaria l’autorizzazione dei genitori; poi la prof.ssa Pincella fissa

l’appuntamento con lo psicologo, dott. Gianmaria Sissa.

È in programma un incontro informativo per i docenti, per riconoscere e gestire correttamente le condotte riconducibili al bullismo.

Si terrà inoltre un incontro formativo per le famiglie, con psicologo, forze di polizia e la referente.

Se un professore minimizza?

Può succedere che uno studente percepisca una sottovalutazione del problema da parte dell’istituzione e del suo personale. In quel caso, va segnalato. Il compito della scuola è tutelare la vittima. Sempre.

L’invito della professoressa Giungi e quello di «Non porsi in condizione subordinata è il primo passo». Non è facile reagire, soprattutto quando si ha paura. Ma riconoscere di meritare rispetto è l’inizio di ogni cambiamento.

Un messaggio a chi sta in silenzio

Abbiamo chiesto alla Dirigente cosa direbbe a uno studente che sta subendo in silenzio.

La risposta è semplice e diretta: “Non bisogna aver paura”. Le minacce sono spesso il tentativo di sembrare grandi senza esserlo davvero.

Ma c’è anche un invito alla trasparenza. A volte la percezione può essere ingigantita, altre volte minimizzata. Solo parlando si può capire davvero cosa sta succedendo. Il dialogo non è una formalità. È uno strumento di protezione.

Questa intervista non chiude il discorso. Lo apre.

Il bullismo non è solo un problema “dei bulli” o “delle vittime”. È un problema di clima. Di cultura.

Ogni volta che assistiamo e non interveniamo, ogni volta che ridiamo per non essere esclusi, ogni volta che giriamo un video invece di fermarlo, stiamo scegliendo da che parte stare. La scuola può creare strumenti, regole, sportelli.
Ma la differenza la facciamo noi. Il coraggio non è solo denunciare.
È anche non ridere. Non condividere. Non voltarsi dall’altra parte. Non restare indifferenti.

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