Quando sentiamo una melodia, nel nostro organismo si verifica un effetto simile a quello derivante dall’assunzione di una droga psicoattiva che causa il rilascio di dopamina.

di Ginevra Barbieri

Ascoltare musica procura piacere, fa riaffiorare alla mente ricordi, fa nascere emozioni e ci aiuta a condividerle con chi ci sta intorno. Un processo che sembra assolutamente naturale, quasi scontato, ma che, in realtà, mette in moto un meccanismo complesso, ampiamente studiato dalle neuroscienze negli ultimi decenni.

La risposta che il nostro cervello fornisce agli stimoli musicali non dipende unicamente dai suoni in sé, ma anche dal bagaglio di conoscenze acquisite nel tempo. Numerose ricerche di neuroimaging hanno dimostrato, infatti, che l’ascolto musicale attiva reti cerebrali legate alla memoria, all’attenzione, al linguaggio e alle emozioni. In particolare, gli studi condotti da Robert Zatorre presso la McGill University hanno evidenziato come la musica attivi non solo le aree uditive, ma anche circuiti frontali e limbici connessi all’elaborazione cognitiva ed emotiva. La nostra reazione risulta, così, condizionata dalle competenze musicali, da ciò che abbiamo ascoltato in precedenza e immagazzinato nei ricordi, nonché dalle emozioni associate a determinate esperienze.

Quando prestiamo attenzione a una canzone, la fase dell’ascolto si divide in due momenti principali: il primo, chiamato, appunto, “fase dell’udire” deriva da un fenomeno periferico legato all’orecchio e al nervo acustico: le vibrazioni sonore vengono trasformate in impulsi elettrici e trasmesse al cervello. Successivamente, passando attraverso il talamo, il suono raggiunge la corteccia uditiva nel lobo temporale. Da qui si attivano reti neurali più ampie, che coinvolgono funzioni psichiche superiori: memoria, attenzione, immaginazione ed emozione. È in questa fase che il suono viene elaborato e intellettualizzato, acquisendo significato.

Inoltre, il nostro cervello è in grado di distinguere il linguaggio dalla musica. Studi clinici e neurologici, tra cui quelli della neurologa Isabelle Peretz dell’Université de Montréal, hanno mostrato che esistono circuiti neurali parzialmente distinti per il riconoscimento della melodia e per l’elaborazione semantica delle parole. Questo spiega perché alcune persone con danni cerebrali possano perdere la capacità di riconoscere le melodie (amusia), pur mantenendo intatta la comprensione del linguaggio o viceversa.

Durante l’ascolto di un brano, si attivano entrambi gli emisferi cerebrali. Sebbene la tradizionale distinzione tra “emisfero sinistro logico” ed “emisfero destro creativo” sia oggi considerata una semplificazione, è pur vero che l’elaborazione musicale coinvolge una distribuzione funzionale: l’emisfero sinistro è spesso più impegnato negli aspetti temporali e linguistici (come il testo e la struttura ritmica), mentre l’emisfero destro contribuisce maggiormente alla percezione della melodia, dell’intonazione e delle sfumature emotive. Le connessioni tra i due emisferi, mediate dal corpo calloso, consentono un’integrazione costante tra analisi e percezione globale.

Interessante notare come alcuni studi abbiano rilevato che i musicisti percepiscono la musica in modo differente a seconda delle intenzioni che guidano il loro ascolto. Ricerche pubblicate su riviste come Nature Reviews Neuroscience evidenziano che l’allenamento musicale modifica plasticamente il cervello: nei musicisti si osserva una maggiore integrazione tra aree motorie, uditive e frontali. Se desiderano lasciarsi trasportare dal suono, l’elaborazione tende a coinvolgere maggiormente le reti emotive; se, invece, analizzano tecnicamente la melodia, si attivano con più intensità le aree deputate al controllo cognitivo e all’analisi strutturale.

Entrambi gli emisferi traggono benefici dall’esperienza musicale. Diversi studi hanno evidenziato che la pratica musicale può favorire il miglioramento della memoria di lavoro, della coordinazione motoria e del senso del ritmo, oltre a potenziare la connettività cerebrale. Parallelamente, l’ascolto e la produzione musicale stimolano l’immaginazione e la creatività, contribuendo a una maggiore regolazione emotiva. La musica attiva il sistema della ricompensa, con il rilascio di dopamina nelle stesse aree coinvolte in altre esperienze piacevoli, come evidenziato da ricerche pubblicate sulla rivista Nature Neuroscience.

In conclusione, l’ascolto della musica può essere definito un vero e proprio allenamento cerebrale, oltre che un’esperienza estetica ed emotiva. Non si tratta soltanto di un piacere immediato, ma di un’attività capace di coinvolgere in modo integrato percezione, memoria, emozione e pensiero. La musica, dunque, non accompagna semplicemente la nostra vita: ne modella in parte il funzionamento cognitivo ed emotivo, confermandosi uno degli strumenti più potenti e universali di espressione e connessione umana.

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