E perché si giudicano le vittime di un evento tragico come questo?
di Martina Bonali
Nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1° gennaio 2026, un momento che doveva essere di svago, di festeggiamento e di allegria si è trasformato in una tragedia: nel locale “Le Constellation” di Crans-Montana, in Svizzera, due giovani, una sulle spalle dell’altro, hanno probabilmente colpito il soffitto infiammabile con una candela a fontanella innescando un incendio che si è rivelato fatale per 40 persone.
I video, che lasciano un vuoto incolmabile dentro, hanno già fatto il giro del web e sui social non sono mancate manifestazioni di disprezzo nei confronti delle stesse vittime. Affermazioni come “se la sono cercata”, “è colpa loro perché non sono scappati subito”, “sono rimasti tutti sui cellulari” dimostrano che non siamo in grado di rispettare nemmeno coloro che sono rimasti coinvolti in una strage di questa portata.
O, forse, c’è di più.
Per prima cosa, è necessario smentire tutte quelle tesi secondo le quali i giovani a Crans-Montana siano stati sciocchi ed immaturi per non aver lasciato immediatamente il posto e per aver filmato la scena. A chiarire questo risvolto ci pensa la psicologia: infatti, oltre all’alcol o alle sostanze stupefacenti, che potrebbero aver rallentato la reazione delle persone, esiste una serie di fattori psico-biologici che motiverebbero la fuga non immediata.
Per prima cosa, dobbiamo ricordare che la maggior parte dei ragazzi presenti erano adolescenti e metà delle vittime minorenni; in questa fase della vita, il cervello non è ancora “completo”. In particolare, la corteccia prefrontale non ha ancora raggiunto quel pieno sviluppo che, invece, arriva tra i 20 e i 25 anni. Questo elemento porta a una mancata valutazione dell’effettivo pericolo e a una conseguente scarsa pianificazione. La corteccia prefrontale, infatti, svolge un ruolo fondamentale nei processi cognitivi e nella regolazione del comportamento ed è la parte che controlla le funzioni esecutive: raggiungimento di obiettivi, regolazione del comportamento emotivo, presa di decisioni, motivazione, organizzazione di informazioni complesse e, quindi, valutazione di un pericolo. Alla maggior parte delle vittime mancavano i mezzi neurologici per poter correttamente comprendere la gravità della situazione in pochi minuti.
È essenziale ricordare che il tempo trascorso tra l’inizio dell’incendio, quindi una fiamma relativamente piccola e il raggiungimento della quota uomo, cioè la temperatura per cui l’ambiente diventa letteralmente invivibile e del flashover, è stato di poco più di due minuti. Il locale si è rapidamente riempito di fumo caldo, scuro e tossico, che ha fatto venir meno la visibilità e ha reso ancora più difficile la fuga. In questi casi, bastano una manciata di respiri per perdere coscienza.
Ad aggiungersi al panico generale, il fatto che vi fosse un’unica via di fuga, costituita da una piccola scala sùbito invasa da tanti ragazzi che tentavano di salvarsi.
Un’altra peculiarità della psicologia degli adolescenti, oltre alla corteccia prefrontale non ancora sviluppata, è il senso del gruppo. I giovani cercano la propria identità all’interno di un più ampio contesto e si identificano, quindi, nel gruppo stesso. Ne deriva che, se il gruppo non scappa, allora nemmeno io scappo. Si aggiunge la paura di essere esclusi, di perdersi il momento unico con il gruppo, e si resta.
Non si tratta di una colpa, ma un istinto naturale.
Né si può prescindere dal contesto generale: una serata di Capodanno, un momento di spensieratezza, con la musica accesa, le luci colorate in movimento e gli adulti che non sembrano preoccupati. Il nostro cervello non pensa che in un contesto di questo tipo possa verificarsi un evento mortale.
Rimane la domanda: perché tutti filmavano?
Prendere in mano un cellulare è un gesto quotidiano, familiare, che potremmo definire rassicurante. In una situazione di confusione, dove non si è in grado di comprendere appieno se ciò che si ha davanti costituisca un reale pericolo, diventa istintivo fare la cosa più spontanea. Il problema si fa più complesso se consideriamo che osservare le fiamme direttamente o vederle attraverso lo schermo con il quale si riprende è, sotto il profilo psicologico, completamente diverso: il telefono porta, infatti, a una dissociazione cognitiva, con conseguente impressione di non stare vivendo direttamente l’esperienza; allontana dalla realtà, che tende ad essere vista come fosse un post o un videogioco. Si crea una sorta di vuoto tra la realtà e il soggetto; le sensazioni non vengono completamente elaborate e si sceglie di rimanere dietro lo schermo perché la situazione viene percepita, paradossalmente, come più “sicura”.
La scienza ha reso chiare le ragioni del comportamento dei ragazzi e ha mostrato l’infondatezza delle critiche feroci sui social. Il punto è che il commento a una notizia diventa, talvolta, uno scudo, un modo per prendere le distanze dalla situazione e illudersi che chiunque altro, nella situazione delle vittime, avrebbe capito immediatamente quale fosse la cosa giusta da fare. Non si riesce ad accettare che, con tutta probabilità, la reazione non sarebbe stata dissimile da quella delle vittime: in soli due minuti, quei ragazzi avrebbero dovuto comprendere il pericolo e comportarsi di conseguenza. Ciò appare inverosimile per chiunque, a prescindere dall’età.
Occorrerebbe rendersi conto del fatto che ognuno reagisce in modo diverso, che noi lettori non sappiamo cosa abbia significato trovarsi in quel contesto; non conosciamo neppure il vissuto di quei giovani. Per questo motivo, non resta che imparare in silenzio ad evitare che tragedie come questa si possano ripetere.

