Dopo l’attacco del 28 febbraio, la crisi si allarga: rincari energetici, frizioni tra Roma e Washington e un nuovo round di colloqui per evitare l’escalation.
di Serena Scalari
Prima degli sviluppi più recenti, la crisi tra Iran e Stati Uniti aveva già raggiunto un livello estremamente critico. Il 28 febbraio 2026 Donald Trump ha avviato, a sorpresa nel cuore della notte, una vasta operazione militare contro l’Iran, realizzata con Israele, colpendo direttamente i vertici del regime. L’attacco ha portato alla morte della guida suprema Ali Khamenei e ha provocato una rapida escalation del conflitto, con la risposta militare iraniana, comportando il blocco dello Stretto di Hormuz e un aumento della tensione in tutto il Medio Oriente.
Per un’analisi più approfondita della fase iniziale del conflitto, si rimanda all’articolo completo: [CHE SUCCEDE IN IRAN? ].
Da allora, la situazione non si è stabilizzata, ma ha continuato a evolversi in modo rapido e complesso da entrambe le parti. Gli Stati Uniti hanno mantenuto una forte pressione militare nella regione, con attacchi mirati contro obiettivi strategici iraniani. Parallelamente, l’Iran ha continuato a rispondere sia direttamente sia attraverso gruppi alleati.
Uno degli aspetti più delicati e al centro della guerra, resta quello legato allo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il trasporto globale di petrolio, da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Dopo il blocco imposto da Teheran, la riapertura non è stata immediata: le operazioni di sminamento, il controllo delle acque e il rischio di nuovi attacchi hanno rallentato notevolmente il ritorno alla normalità.

Questo ha avuto conseguenze dirette anche a livello globale: il prezzo del petrolio è aumentato sensibilmente e, di conseguenza, anche il costo del carburante. In molti paesi europei, tra cui l’Italia, si sono registrati rincari evidenti alla pompa, con aumenti di diversi centesimi al litro nel giro di pochi giorni.
Oltre ai prezzi, si sono verificati anche ritardi nelle forniture e difficoltà nei trasporti, con effetti a catena su vari settori dell’economia.
La cosiddetta coalizione dei “Volenterosi di Hormuz” è tornata a riunirsi il 17 aprile 2026 a Parigi riguardo alla difficile questione. Il presidente francese nelle dichiarazioni alla stampa al termine della Conferenza sulla navigazione marittima dello Stretto ha comunicato le intenzioni della coalizione:
“Chiediamo tutti la piena riapertura, immediata, incondizionata, a tutte le parti dello Stretto di Hormuz. Chiediamo il ripristino delle condizioni di libero passaggio di prima della guerra e il pieno rispetto del diritto marittimo”.
Sul piano diplomatico continuano invece i tentativi di dialogo, anche se in modo indiretto e con risultati limitati. L’Italia ha mantenuto una posizione prudente: il governo ha sostenuto la necessità di una de-escalation e di una soluzione diplomatica, evitando però un appoggio diretto alle operazioni militari. Come altri Paesi europei, Roma è soprattutto preoccupata per le conseguenze economiche ed energetiche della crisi, perché gran parte del petrolio che arriva in Europa passa proprio dalle rotte del Golfo.
Negli ultimi giorni su questa posizione, si sono verificati alcuni scambi tesi tra il governo italiano e quello statunitense. Secondo diverse fonti, il contrasto tra Trump e Giorgia Meloni, una dei leader che ha posto maggior impegno nel mantenere aperto il dialogo tra Europa e America, è nato dalle richieste americane di un sostegno più netto, mentre l’Italia ha ribadito la necessità di evitare un allargamento del conflitto. La scintilla che ha fatto accendere lo scontro è nata dopo le parole della premier in difesa del pontefice che avevano suscitato reazioni irritate dalla parte americana.
Da lì è nato un botta e risposta che ha evidenziato quanto sia delicato l’equilibrio tra Roma e Washington in questa fase, e quanto ogni Paese stia cercando di proteggere i propri interessi in un momento di forte instabilità.
È necessario comunque sottolineare che le azioni di Meloni non indicano un “divorzio” con Trump. La situazione semmai evidenzia come la tensione col presidente americano non sia così diversa da quella che il tycoon, dopo l’elezione del secondo mandato, ha intrapreso con altri presidenti e primi ministri, rendendo evidente la NON specialità della relazione tra Meloni e Trump, che in un primo momento sembrava quasi idilliaca.
Negli ultimi giorni ci sono state ulteriori evoluzioni che lasciano spazio alla speranza, Trump sostiene che si sia ormai vicini alla fine del conflitto.
Mentre è in corso il blocco navale nello stretto di Hormuz da parte degli Stati Uniti, che durerà fino alla chiusura definitiva di un’intesa, nel pomeriggio del 17 aprile 2026 il ministro degli Esteri iraniano ha dichiarato lo Stretto di Hormuz completamento aperto. Intanto la diplomazia si prepara per un secondo round di colloqui con l’Iran dopo il fallimento delle trattative delle scorse settimane. Il nuovo ciclo di negoziati tra Usa e Iran si terrà in Pakistan, il mediatore chiave del conflitto, e si cercherà soprattutto di ottenere una proroga del cessate il fuoco tra Israele e Libano, che è in scadenza il 22 aprile, fino alla firma definitiva dell’armistizio.
A distanza di settimane dall’inizio dell’escalation, il futuro resta incerto. Considerando le posizioni dell’Iran e degli USA, l’esito di questi colloqui sarà decisivo per capire se la crisi potrà avviarsi verso una stabilizzazione o se, al contrario, il conflitto rischia di estendersi ulteriormente.

