Dalla cattura di Maduro alle mire sulla Groenlandia: la strategia del caos per imporre un nuovo ordine globale a guida americana, passando dal blitz in Venezuela all’ombra del Consiglio di Pace.
di Hajar Qacem
Ormai ci troviamo davanti ad una nuova fase imperiale che si allunga sul continente americano e non solo. Donald Trump ha inaugurato una fase politica che molti analisti definiscono “golpe coloniale”, un ritorno brutale alla logica coloniale del XIX secolo. Non si tratta più di una diplomazia globale, ma di una prova di una forza che ha visto il Venezuela come primo bersaglio di un’aggressione volta a ridisegnare i confini della sovranità americana internazionale, trasformando le risorse naturali, come il petrolio altrui, in asset della sicurezza nazionale statunitense.
L’azione militare scatenata dagli Stati Uniti contro il Venezuela, culminata nel rapimento del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores, viene descritta dai movimenti democratici a sud del Rio Bravo come un vero e proprio “golpe coloniale”. Si tratta di un’aggressione brutale alla sovranità e all’indipendenza dell’intero subcontinente, oltre che di una flagrante violazione del diritto internazionale e della carta dell’ONU (acronimo di Organizzazione delle Nazioni Unite). L’obiettivo dichiarato dal presidente degli Stati Uniti di cambiare con la forza un governo sovrano nasconde il reale intento di impossessarsi delle immense risorse naturali del paese, dal petrolio ai minerali rari, trattando la regione non come un insieme di stati indipendenti ma come un territorio da ottenere.
Questo atto di forza è il risultato di una narrativa costruita per mesi dalla Casa Bianca, volta a criminalizzare il vertice politico venezuelano dipingendolo come un gruppo di narcotrafficanti per giustificare l’intervento. Tale strategia è stata definita dal presidente cubano Miguel Díaz-Canel come “terrorismo di Stato“, un atto che riporta Cuba in prima linea, sentendosi direttamente minacciata nella propria sovranità. La risposta popolare non si è fatta attendere: decine di migliaia di persone si sono radunate alla “tribuna antimperialista” dell’Avana per denunciare un crimine paragonato alle più tragiche aggressioni contemporanee, ribadendo la volontà di mantenere l’America Latina come una zona di pace.
Il messaggio di condanna rimbalza da Città del Messico a Brasilia, dove il presidente Lula da Silva cerca di fare da ponte con i BRICS (è un raggruppamento di economie mondiali emergenti, formato da Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran, Indonesia) per garantire una difesa collettiva contro le mire di Washington. Leader come Petro in Colombia, Boric in Cile e la presidente messicana Sheinbaum vedono nell’azione di Trump l’applicazione brutale della dottrina Monroe, che intende l’America Latina come un “cortile di casa” in cui imporre l’obbedienza con le armi. Nonostante le inchieste mostrassero un’opinione pubblica statunitense contraria a nuovi conflitti, l’evidenza delle bombe e l’impiego di truppe speciali hanno confermato la linea dura del segretario di Stato Marco Rubio e dei consiglieri più radicali dell’amministrazione Maga.
L’instabilità attuale mette a chiara luce la debolezza politica della strategia americana: l’opposizione interna venezuelana, guidata da María Corina Machado, appare troppo fragile per assicurare il controllo, spingendo Trump ad annunciare una gestione diretta del paese fino a nuove elezioni, senza specificate eventuali date. Parallelamente, il pretesto della lotta al narcotraffico appare ridicolo agli occhi degli osservatori internazionali, specialmente dopo che Trump ha graziato figure realmente legate ai cartelli, come l’ex presidente honduregno Hernández.
Parallelamente, Oltre al Venezuela, la visione egemonica di Trump si manifesta nel tentativo di sostituire le Nazioni Unite con un nuovo “Consiglio di pace” (Board of Peace). Nato ufficialmente per gestire la crisi a Gaza, l’organismo si sta rivelando un tentativo di sostituire l’ONU, la quale ha condannato le azioni dell’America. Con una struttura che prevede “posti permanenti” acquistabili con un miliardo di dollari e un potere assoluto nelle mani del presidente americano, il Consiglio di Pace svuota di senso l’Assemblea Generale dell’ONU. Mentre alleati storici come Italia e Francia hanno espresso forti dubbi, figure vicine a Trump come Jared Kushner, imprenditore e politico statunitense, e Tony Blair, ex Primo Ministro del Regno Unito, Benyamin Netanyahu sono già pronte a guidare questa istituzione altrettanto nuova, segnando il passaggio definitivo da un multilateralismo basato sulle regole a un autoritarismo basato sul potere economico e militare.

La Resistenza del Sud Globale e il Nuovo Ordine Energetico
Mentre la Casa Bianca tenta di imporre la propria autorità tramite interventi militari e organismi alternativi come il Consiglio di Pace, il resto del mondo non resta a guardare. La risposta dei BRICS e le ripercussioni sul mercato petrolifero stanno delineando una frattura geopolitica che potrebbe durare decenni.
L’aggressione al Venezuela ha agito da catalizzatore per il Sud Globale. Leader come Lula e Petro vedono nel rapimento di Maduro un precedente pericoloso: l’idea che gli Stati Uniti possano dichiarare le risorse di un altro Paese come “asset della propria sicurezza nazionale” per giustificare un attacco. Di conseguenza, il blocco BRICS si sta proponendo come un “ombrello di protezione” finanziario e diplomatico.
Sul fronte economico, il controllo americano sul petrolio venezuelano non mira solo all’approvvigionamento, ma al controllo del prezzo e delle concessioni. Sebbene gli Stati Uniti siano già i primi produttori mondiali, il controllo delle riserve di Caracas, permetterebbe a Trump di attuare la sua politica del “Drill, baby, drill” su scala globale, marginalizzando l’OPEC (acronimo di Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio) e colpendo indirettamente gli interessi cinesi in America Latina e in Europa.
Riuscirà la comunità internazionale a difendere il principio della sovranità nazionale, o stiamo assistendo alla nascita di un nuovo imperialismo in cui i confini e le risorse degli Stati sono diventati semplici beni d’acquisto per la superpotenza americana?

